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Basic Design e metodologia progettuale

Basic Design e metodologia progettuale

Tipologia di attività: Laboratorio

Livello di difficoltà: facile

Argomenti:


  • basic design
  • pedagogia
  • learning by doing
  • bauhaus
  • gestalt

Come si articolano le attività?
Due cicli da 3 giornate consecutive.

Date del corso:

28-04-201715.00 / 19.00

29-04-201715.00 / 19.00

30-04-201715.00 / 19.00

12-05-201715.00 / 19.00

13-05-201715.00 / 19.00

14-05-201715.00 / 19.00

Tutti gli incontri durano 4 ore
per un totale di 24 ore

L’attività ha un costo di: 200 €

Output: competenze

Questa attività è consigliata a
tutti

Numero minimo di partecipanti: 15

Numero massimo di partecipanti: 30

Avanzamento delle iscrizioni:
iscrizioni minime non ancora raggiunte
iscrizioni minime raggiunte

Tenuto da:

  • Giovanni Anceschi

    Artista, Designer e Docente / Gruppo T

    Si tratta di una figura non proprio comune sulla scena del design: a partire dagli anni sessanta del XX secolo - ha sviluppato la sua attività in molti ambiti, tutti però legati dall'interesse per una comunicazione e una sperimentazione che nella temporalità trova la sua dimensione principale, che faccia uso delle tecnologie avanzate e che prenda posizione per un design etico e politico. Come artista, è stato fra i fondatori del movimento dell'Arte cinetica e programmata (un'arte che negli anni sessanta era già metamorfica, immersiva e interattiva). Come designer ha sviluppato in Italia e all'estero, grandi progetti d'immagine coordinata, d'exhibition design, e alcuni esempi pionieristici di multimedia, hypermedia e interaction design. Come docente, dopo essere stato il primo docente ad insegnare discipline del progetto di comunicazione nell'università italiana, v'insegna da oltre trent'anni. Come critico, storico e teorico della disciplina del progetto di comunicazione ha pubblicato libri e contributi in Italia e all'estero. A lui si deve l'introduzione nel design discourse di nozioni come “monogramma”, “artefatto comunicativo” (communication artifact), “teoria protetica degli oggetti”, “immagine coordinata hard e soft”, “anafora elettronica”, o come “interfaccia delle città” e “cura delle transizioni”. [1] Lavora al progetto di una revisione della disciplina del design della comunicazione nel senso del passaggio dalla disciplina tattica del progetto di artefatto alla disciplina strategica del “progetto registico” (Theory of staging), poi “registica multimodale”.

Di cosa si tratta?


“Il Basic Design è il cuore del cuore della nostra disciplina di designer, è proprio il centro centrale della disciplina. Se vi chiedono «che cosa fa un designer?» potete rispondere con sicurezza: «attribuisce una forma, una configurazione, agli oggetti del mondo che ci circonda».

La cosa per cui ci pagano è la qualità che noi attribuiamo a questa forma.

Un ingegnere, quando gli viene posto un problema – un’automobile ad esempio – pensa all’automobile come uno strumento per muoversi. Un designer ci mette dentro altro. E soprattutto – non sto parlando di uno stylist o di un formalista – deve fare molta attenzione alla qualità che assumono le forme degli oggetti.

Guardiamo un po’ la qualità formale degli oggetti che abbiamo intorno: è molto molto bassa. Il nostro compito essenziale è quello di aumentare questa qualità.

Pensiamo a un sito: ci sono i siti belli e brutti; ci sono i siti che hanno una qualità interattiva e sofisticata, dove tu ci stai dentro bene: ecco, questa è la nostra competenza e il basic design insegna proprio a disegnare bene, a disegnare qualitativamente bene”.


A cosa si lavora?


Gli studenti sono immersi in un contesto di apprendimento in situazione attraverso il metodo dialogico, la prassi laboratorale, le esercitazioni e i momenti di formazione teorica, che si alternano durante il percorso formativo.

Come si svolge?


“In base alla mia esperienza, gli studenti che hanno fatto basic design diventano completamente diversi da quelli che non l’hanno fatto. Al Politecnico di Milano c’era questa situazione: c’erano delle sezioni in cui si studiava il basic design e poi c’erano dei corsi che non l’avevano, perché non c’era la possibilità di coprirle. Beh, c’era una bella differenza: i ragazzi che avevano fatto basic design, dopo aver frequentato il corso, avevano acquisito un qualcosa di assolutamente imbattibile che definirei come “sicurezza formale”.
Voglio raccontarvi un aneddoto – alla mia età gli aneddoti sono all’ordine del giorno. È un aneddoto che riguarda l’ingresso del basic design nelle università: ero professore ed ero membro del Dottorato di ricerca in Design; si presentò un dottorando che felicemente propose di fare il suo dottorato sul basic design. Allora accadde una cosa divertente: andai in riunione con tutti gli altri professoroni e presentai questa idea, spiegando che sarebbe stato parecchio interessante fare uno studio sul basic design. E fu a quel punto che guardai i miei colleghi e vidi che tutti avevano quella faccia che hanno solitamente i ragazzi quando vengono interrogati, quella faccia sfuggente con gli occhi che vanno un po’ di qua e un po’ di là… Rimasi scioccato, perché significava che non ne sapevano niente. Naturalmente dissero di sì, perché non sapendone niente non potevano certamente avere argomenti a sfavore. Finita la riunione uno di questi prof, molto simpatico, molto diretto, mi prese da parte e mi disse in milanese «ma cosa l’è sto basic design?». E così passai una buona ventina di minuti a raccontare, a parlare del fatto che il basic design comincia col Bauhaus, e che poi ci sono Klee e Kandinsky e poi Maldonado e così via. E alla fine di questo discorso, con gli occhi veramente brillanti, lui esclamò: «Ah! Ho capi’! L’è il mio stile!». Ecco, se veramente, veramente, dovessi dire cos’è l’esatto contrario del basic design la risposta sarebbe lo stile personale. Questo per raccontarvi com’è la situazione degli studi e della conoscenza di questa componente assolutamente essenziale del design che è il basic design”.

Giovanni Anceschi



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